Solo nella vita

Venerdì 03 Ottobre 2014 16:09 Ubaldo Serra
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 Se desidero sapere cosa sono,devo essere presente nella vita. Quando mi apro a forze di un altro livello sono capace di partecipare al momento,ma rimanere lì non è il mio ruolo,il mio posto. Non posso rimanere in questa relazione,e dopo un po' riesco solo a immaginarla. Quando ritorno alla vita,reagisco col mio io ordinario. Ricado nel pensiero ordinario e dimentico l'altra possibilità,a cui pure mi sono avvicinato. E' lontana,molto lontana da me,una distanza immensa. Non credo più in essa e nella sua manifestazione,non le obbedisco più. Obbedisco alla forza delle mie reazioni e mi perdo,identificato coi miei sentimenti soggettivi. Credo di essere qualcosa per me stesso soltanto,di non aver bisogno d'altro. Sono sordo al richiamo di una forza superiore. Così come sono,non posso evitare di perdermi nella vita. E questo perché non credo di perdermi e non vedo che mi piace essere catturato. Non so cosa significhi "essere catturato". Non lo so perché non vedo me stesso nelle mie manifestazioni e non conosco veramente né il mio "si" né il mio "no". Non ho impressioni forti a sostegno del mio sforzo di essere presente. Perciò il mio primo atto cosciente è quello di conoscere la mia meccanicità,di vedermi mentre obbedisco ciecamente a una forza automatica di attrazione e repulsione,e di aprire gli occhi sulla mia passività,e sulla mia inerzia rispetto ad essa. Il mio automatismo è una prigione. Finché credo di essere libero non ne uscirò. Per fare lo sforzo necessario devo comprendere che sono prigioniero. Devo vedere il mio essere macchina,conoscermi in quanto macchina,essere qui mentre funziono come una macchina. Il mio scopo è fare esperienza del mio essere meccanico e non dimenticarlo mai. Ciò che viene preso in esame al momento della manifestazione è il sentimento che ho di me. Tutte le nostre manifestazioni sono animate da una forza essenziale. E' con essa che dobbiamo confrontarci. Le forme che la manifestazione prende non sono nulla. Non sono il cuore del problema. Dobbiamo tornare a questa sorgente essenziale,vedere che sta dietro ognuna delle nostre maschere. Attraverso l'affermazione del sé individuale ci viene rubata la nostra stessa forza. Diciamo continuamente "io","io","io". Crediamo nella nostra individualità,e questa illusione sostiene il nostro senso di esistenza. Ci sforziamo senza sosta per essere qualcosa che non siamo,perché ci fa paura non essere nulla. Allo stesso tempo siamo portatori di possibilità più alte. Nei momenti migliori ognuno di noi si sente parte di qualcosa di più grande. Portiamo in noi un seme di questa grandezza. E' il nostro valore in quanto esseri umani. Dobbiamo prendere coscienza di queste possibilità per metterle in contatto con la nostra forza vitale,per renderle partecipi della nostra forza vitale. E' attraverso questa consapevolezza che il mio sé reale e il mio io ordinario possono giungere a conoscersi l'un l'altro e a stabilire una relazione. La vita ordinaria rema contro la conoscenza delle possibilità più alte nascoste in me. Lo fa in modo naturale e implacabile,che mi costringe ad essere come sono oggi. Ma quando vedo in me l'opporsi di due vite,di due livelli diversi soggetti a leggi differenti,sento la necessità di trovare una via,una direzione. Senza una tale opposizione non sentirei questa necessità,e non imparerei a vedermi per come sono. Solo nelle condizioni della vita quotidiana posso studiare dove risiedono la mia forza e la mia debolezza. Solo allora,quando l'avrò visto,saprò anche se è necessario cambiare.